Cavalcare l’onda del cambiamento

Cambiamento-riunione Dimitto

Il 13 e il 14 giugno si è tenuta la consueta riunione annuale di Dimitto. Sono emersi aspetti importanti che riguardano anche te. Ecco quali.

Tre sfide, due giorni, una riunione. No, non do i numeri. Tiro le somme dell’incontro annuale che Dimitto organizza con dipendenti e collaboratori. Perché te ne parlo? Perché riguarda anche te e la tua impresa. O comunque riguarda chi cerca una direzione da seguire per non essere travolto dalla realtà e dai suoi veloci cambiamenti. Ti interessa sapere come affrontare il futuro? Seguimi.

La prima cosa da fare ce la dice Albert Einstein. Tranquillo, il suo fantasma non era presente a Potenza insieme a noi, ma una sua frase ci serve per cominciare al meglio il nostro percorso: «Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia». Perché cito proprio questa frase? Perché la settimana scorsa, a Potenza, ci siamo sfidati. Non lo abbiamo fatto perché siamo amanti del rischio, ma perché la sfida con se stessi è una condizione necessaria se non si vuole essere travolti dalla realtà e dai competitori. C’è anche un altro motivo: una volta ho sentito qualcuno dire che, se la razza umana non ha ancora raggiunto il suo massimo potenziale, è per colpa delle riunioni. È vero. Quindi, per evitare il rischio di non raggiungere il nostro potenziale, ci siamo sfidati. Abbiamo lavorato sui prìncipi e sui valori che fondano Dimitto. E da queste basi abbiamo tirato fuori le altezze che ci serviranno ad affrontare il cammino.

Non posso parlarti di risultati concreti, questi ce li darà il tempo. Ma alcune cose te le dico con sicurezza fin da subito. Eravamo 32 il primo giorno (13 giugno), 41 il secondo (14 giugno). Online ci hanno seguito in 27. In entrambi i giorni ci ha fatto da guida Pietro Trentin, master trainer. Un’altra cosa che ti dico con certezza è che abbiamo dato il massimo per far emergere il nostro potenziale. Qualcuno è andato in crisi, ma come diceva Einstein, «senza crisi non ci sono sfide». Ma di quali sfide parlo? Chi dobbiamo sfidare? E come? Ora te lo dico.

 

Tre sfide per il futuro

La prima sfida l’abbiamo già vinta. Ad aprile abbiamo ospitato il Sector Group 17 (il gruppo che riunisce gli organismi notificati per le marcature Ce relative al controllo produzione delle strutture metalliche), eravamo indecisi se organizzare l’evento a Milano o a Matera. Una scelta prudente e logica sarebbe stata scegliere Milano. Invece abbiamo puntato su noi stessi, sulle nostre risorse e su una scelta d’intelligenza intuitiva. Risultato? Il Sector Group organizzato da noi è stato quello con più partecipanti. È stata una grande soddisfazione considerando anche questo aspetto: sono arrivati da tutta Europa. Anzi, dagli estremi confini dell’Europa all’estremo confine del Meridione d’Italia.

Ora ci attendono altre due sfide. Le più impegnative, perché in ballo c’è il nostro futuro. Una delle due la sintetizzo così: mi ribello all’idea che possiamo essere considerati solo come quelli che stampano un pezzo di carta (il certificato ndr). Detta meglio: l’identità Dimitto, quella a cui non dobbiamo mai rinunciare, consiste nel capire che noi siamo quelli che aiutano le aziende a vincere le sfide, a ridurre gli sprechi e a creare progresso. È questo che ci deve rendere differenti dagli altri. Avere chiara questa identità ha delle conseguenze.

  • La prima: non diventeremo «i più ricchi del cimitero», come diceva Steve Jobs. Chi vuole diventare ricco e basta è segue altre logiche. Noi, invece, vogliano essere quelli che aiutano le aziende a vincere. A noi non interessa diventare leader di mercato, ma leader di chi ha deciso di prosperare.
  • La seconda: per raggiungere questo obiettivo dobbiamo lavorare su noi stessi e capire cosa vogliamo fare.

Questa conseguenza ci porta alla seconda sfida: trovare persone che credono nella nostra identità e, per questo, si mettono in gioco. Si tratta di persone coraggiose. Perché serve coraggio ad affrontare se stessi e le proprie sicurezze, quelle che non si vogliono lasciare perché fanno sentire al riparo. Ma a ben guardare la sicurezza è solo una sensazione che passa col tempo. Difendere alcune sicurezze porta solo a un risultato: saranno il tempo e la vita a cambiare il contesto. E a quel punto, le sicurezze che abbiamo difeso con tutte le nostre forze, non ci serviranno a nulla. Anzi, saranno solo un ostacolo. In questo senso dobbiamo fare un po’ come gli esploratori (pensa ad esempio a Cristoforo Colombo o a Neil Armostrong). Sono partiti senza sapere cosa avrebbero trovato, ma non sono stati incoscienti: si sono comunque preparati per affrontare gli imprevisti.

In tal senso Pietro Trentin è stato illuminante. Ha tracciato una mappa del presente che contiene la via d’uscita verso il futuro.

 

La strada da seguire

Pietro ha spiegato cosa possiamo fare per le aziende ed ha individuato tre livelli che definiscono il valore che possiamo offrire ai clienti.

Al primo livello possiamo offrire un prodotto standard. Chi può fare questo? Tutti. Se consideriamo un gruppo di cento soggetti, il prodotto standard è quello realizzato da tutti e cento. Quindi, chi vuole difendere la sicurezza del «così fan tutti», si ritrova ad affrontare una guerra tra poveri. Un massacro. Ed quello che sta già accadendo.

Al secondo livello possiamo realizzare un prodotto-servizio conforme alle aspettative del cliente. È già un elemento differenziante rispetto al prodotto standard, ma il secondo gruppo è comunque affollato. Consideriamo che dai 100 di prima, qui restano 50 soggetti, come mero esempio numerico.

Al terzo livello, quello che possiamo fare per le aziende è realizzare qualcosa di inaspettato e che, quindi, costa di più. In questo gruppo riusciranno a farcela solo 15 soggetti. Resteranno indietro tutti quelli che non si attrezzeranno per l’eccellenza.

Ma per far parte di questo gruppo bisogna essere preparati, bisogna essere degli evangelizzatori – come dicono gli americani – cioè chi porta qualcosa che prima non c’era. Adesso capisci perché qualche riga più su ti ho parlato di coraggio? Perché per arrivare al terzo gruppo, è indispensabile prepararsi e questo presuppone la messa in discussione di buona parte dei modelli che abbiamo usato fino ad oggi. Per questo ti domando: vuoi prosperare o sopravvivere?

 

Cosa puoi fare oggi?

Oggi puoi fermarti un attimo e riflettere: il mondo, e quindi anche il mondo del lavoro, è cambiato e cambierà sempre di più. Restare fermi ai modelli del passato è come restare sul bordo del fiume aspettando d’esser travolti dalla piena. Cambiare modello, invece, non frena l’onda, ma ti da la possibilità di cavalcarla. Se vuoi gestire il cambiamento e non subirlo, allora CHIAMAMI. Lavoreremo insieme per costruire il nostro futuro.

1 commento to “ Cavalcare l’onda del cambiamento”

  1. Achille Contento dice:Rispondi

    Caro Nunzio, essere ‘leader’ vuol dire creare un mondo al quale gli altri desiderano appartenere… fare ‘leadership’ ricorrendo agli strumenti dell’eccellenza, credo sia la visione perfetta per un’organizzazione che ambisce ad apportare valore nelle aziende presso le quali si é ‘chiamati’ ad intervenire (e, bada bene, il termine ‘chiamati’ non é usato a caso, in quanto evoca quasi un ruolo divino di chi ‘crea’ valore e di chi apporta del ‘bene’, ndr). Per questo motivo mi inorgoglisce l’opportunità che mi dai di appartenere al team DIMITTO. Un caro saluto… Achille

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